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28 maggio 2011

SE TUTTE LE DONNE....

Se tutte le donne andassero a scuola.
Se tutte le donne si laureassero.
Se tutte le donne smettessero di guardare i programmi televisivi dove le donne sono svilite.
Se tutte le donne non comprassero più i prodotti che fanno pubblicità usando il corpo delle donne.
Se tutte le donne imparassero a usare i contraccettivi.
Se tutte le donne denunciassero ogni violenza subita.
Se tutte le donne votassero solo le donne.
Se tutte le donne pretendessero dai mariti una divisione equa dei compiti familiari.
Se tutte le donne lavorassero.
Se tutte le donne che lavorano chiedessero di essere pagate di più.
Se tutte le donne imparassero una lingua straniera.
Se tutte le donne spiegassero alle figlie come funziona il loro corpo.
Se tutte le donne insegnassero ai figli come si stira una camicia.
Se tutte le donne imparassero a usare il computer.
Se tutte le donne aiutassero le altre donne.
Se tutte le donne si organizzassero.
Se tutte le donne facessero sentire la loro voce.
Se tutte le donne sapessero il potere che hanno...

credits: Monica Capo

24 maggio 2011

Donne e lavoro, parità solo nel 2601.

È un calcolo statistico. Una proiezione. Sembra un paradosso. La neutralità dei numeri viene usata per capire quanto tempo le donne dovranno aspettare per raggiungere i vertici delle professioni. Il risultato? Sconfortante. Decine di anni, in alcuni ambiti secoli. "È il caso della magistratura, se le donne crescono a questo ritmo la parità si avrà nel 2601". Lo sostiene, grafici alla mano, la demografa Rossella Palomba, ricercatrice del Cnr, che ha provato a vedere quando le donne avranno i ruoli degli uomini. E il calcolo che ne viene fuori appare un miraggio.

 "Ovviamente se le donne e gli uomini continuassero a crescere nei posti al vertice ai ritmi attuali la parità non verrebbe mai raggiunta poiché si manterrebbe sempre lo stesso divario", spiega Rossella Palomba che porterà queste ed altre cifre al festival di antropologia contemporanea "Dialoghi sull'uomo" che si terrà dal 27 al 29 maggio a Pistoia. "Quindi bisogna fare delle ipotesi. Nel mondo scientifico accademico, ipotizzando che vengano promosse solo le donne, si dovrebbero attendere 63 anni. Invece se diamo agli uomini la possibilità di accedere alle posizioni di vertice della scala gerarchica ma con l'inversione del tasso di crescita tra uomini e donne, data la disparità esistente, bisogna attendere l'anno 2183". Va peggio nella magistratura, "le donne sono entrate in magistratura solo nel 1963, in cinquant'anni solo poche
hanno raggiunto i vertici direttivi, se crescono a questo ritmo la parità si raggiungerà nel 2601". Per le altre carriere le scadenze non sono dietro l'angolo: i professori ordinari nel 2063, i primari medici nel 2095, gli ingegneri professori ordinari nel 2094.

Certo la demografa è consapevole di fare un esperimento "in vitro", un'ipotesi provocatoria, nella realtà le cose cambiano in continuazione ma i numeri estremizzano il divario, svelano l'inganno. "Dicono alle donne di aspettare, che è solo questione di tempo ma le proiezioni rivelano che non è così". E a volte le cifre sono più efficaci di tante analisi. "Anche il mondo obiettivo dei numeri presenta pregiudizi, le misure sono neutre e perciò inadeguate a rappresentare la realtà", spiega Rossella Palomba che al festival di Pistoia mostra le carriere nella Pubblica amministrazione, in magistratura, nella ricerca scientifica.

"La questione dell'uguaglianza implica molto fattori non solo oggettivi ma anche soggettivi. Però gli ostacoli esterni continuano a bloccare i percorsi delle donne. Basti pensare che il recente provvedimento voluto a livello europeo che prevede il 20% di donne nei Cda dal 2012 e 33% dal 2015 non è stato accolto con soddisfazione ma se ne sono messe subito in luce le difficoltà. Eppure è dimostrato che le società italiane quotate e non quotate, con almeno il 20% di donne nel top management hanno ottenuto nel triennio 2007-2009 una redditività superiore a quelle che hanno meno del 20% di presenza femminile". Quindi? "Le soluzioni sono politiche, non sono compito della statistica".


credits: Marina Cavalleri,

4 aprile 2011

L'appello degli "invisibili" di San Cipriano Picentino: "Salviamo casa Giovanna"

Appello degli «invisibili» contro il tagli ai servizi sociali. Gli ospiti di Casa Giovanna, un centro riabilitativo e di accoglienza per disabili situato a San Cipriano Picentino, scrivono alle istituzioni per richiedere aiuto dato che rischiano di non avere più la possibilità di soggiornare lì. In provincia molte sono le situazioni a rischio per questo tipo di strutture. «Purtroppo due grandi progetti non sono stati finanziati e ci troviamo a non poter più reggere i costi che Casa Giovanna comporta - dice il responsabile Cosimo Capogrosso - con soli 10 euro al giorno non riusciamo a far fronte alle spese e i servizi necessari». Capogrosso si riferisce a spese per i pasti, il servizio di trasporto che copre tutti i comuni dei picentini, i servizi di accompagnamento e assistenza di dieci educatori, maestri d'arte ed operatori sociali. «Personale che oggi rischia anche il posto di lavoro e che nonostante questo fa a titolo di volontariato il turno di notte per continuare ad assistere i nostri ragazzi», confessa Capogrosso. Casa Giovanna, una struttura di 600 metri quadri adeguata alle esigenze di persone disabili, che da vent'anni aiuta i più bisognosi, rischia di chiudere perché non riesce attualmente a sostenere i costi di gestione. Le risorse effettive al momento sono 43mila euro, una cifra irrisoria per le reali necessità. Nei prossimi giorni è previsto l'incontro con i sindaci e gli assessori ai servizi sociali dei comuni di Bellizzi, Castiglione del Genovesi, Giffoni Sei Casali, Giffoni Valle Piana, Montecorvino Pugliano, Montecorvino Rovella, Olevano sul Tusciano, Pontecagnano, San Cipriano Picentino, San Mango Piemonte per chiedere loro un aiuto sostanziale per evitare la chiusura del centro. L'sos lanciato dai ragazzi di Casa Giovanna, i parenti e tutti i volontari non si ferma qui. Essi vorrebbero lanciare una staffetta di solidarietà a chilometro zero: «Molto spesso si fa solidarietà per cause nobilissime però distanti da noi, semmai viste in tv. Perché non preoccuparci di chi ha veramente bisogno ed è vicino a noi?» si chiede un volontario della struttura.

credits: dal Mattino Simona Paolillo
foto: teresatitamarottaflickr

13 gennaio 2011

Se tutte le donne...

Se tutte le donne andassero a scuola.
Se tutte le donne si laureassero.
Se tutte le donne smettessero di guardare i programmi televisivi dove le donne sono svilite.
Se tutte le donne non comprassero più i prodotti che fanno pubblicità usando il corpo delle donne.
Se tutte le donne imparassero a usare i contraccettivi.
Se tutte le donne denunciassero ogni violenza subita.
Se tutte le donne votassero solo le donne.
Se tutte le donne pretendessero dai mariti una divisione equa dei compiti familiari.
Se tutte le donne lavorassero.
Se tutte le donne che lavorano chiedessero di essere pagate di più.
Se tutte le donne imparassero una lingua straniera.
Se tutte le donne spiegassero alle figlie come funziona il loro corpo.
Se tutte le donne insegnassero ai figli come si stira una camicia.
Se tutte le donne imparassero a usare il computer.
Se tutte le donne aiutassero le altre donne.
Se tutte le donne si organizzassero.
Se tutte le donne facessero sentire la loro voce.
Se tutte le donne sapessero il potere che hanno...

credits: Monica Capo

9 gennaio 2011

Congedo di paternità: per l'Europa diventa obbligatorio

La Direttiva del Parlamento europeo introduce l'obbligatorietà del congedo di due settimane per i padri al 100 per cento dello stipendio, mentre sulle disposizioni per le madri, la legislazione italiana è più avanzata.

Lavoro e tutela della maternità. Il confronto è sempre utile e piacevole quando, e non è cosa frequente, si scopre di avere in Italia una legislazione più avanzata che nella media dei Paesi europei. L'occasione di una tale riflessione è stata offerta dalla recente 'Direttiva varata dal Parlamento europeo in materia di congedi di maternità' che si fonda su tre punti fondamentali. I primi due si presentano come fortemente al di sotto dello standard della normativa già in vigore in Italia.

CONGEDO DI MATERNITA'. Il primo obiettivo del Parlamento europeo è stato quello di migliorare le condizioni delle lavoratrici che aspettano un bambino, aumentando le settimane minime di congedo di maternità, retribuite al 100 per cento dello stipendio, da quattordici a venti, innalzando la soglia rispetto alla proposta della Commissione europea, che la fissava a diciotto. In Italia questo è un diritto acquisito già da diversi anni. Occorre, però, rendere omogeneo il provvedimento - relativamente alla retribuzione piena - a tutte le categorie; attualmente, infatti, per alcune tipologie di contratti il contributo è limitato all'80 per cento. Questo primo obiettivo, invece, rappresenta una vera opportunità per le donne tedesche, francesi e inglesi che, diversamente dalle italiane, usufruiscono di congedi meno lunghi e con retribuzioni non piene. La Direttiva ha voluto stabilire le regole minime al livello europeo, lasciando liberi gli Stati Membri di introdurre o mantenere regimi di congedo più favorevoli a quelli della Direttiva stessa.

DIVIETO DI LICENZIAMENTO IN GRAVIDANZA. Secondo obiettivo dell'UE è stato quello di offrire una maggiore protezione per le donne lavoratrici, vietandone il licenziamento per un periodo minino che va dall'inizio della gravidanza ad almeno sei mesi dopo il termine del congedo di maternità. Anche in questo caso, l'Italia può vantare una normativa più avanzata. Infatti, nel nostro Paese il licenziamento è vietato fin quando il bambino non compia un anno di vita. Tuttavia, a fronte della nostra legislazione più "illuminata", i sindacati hanno spesso registrato casi di aggiramento della legge, come quando in sede di colloquio di selezione alle donne viene chiesto di presentare un certificato che attesti che non si è in gravidanza, oppure quando vengono fatte firmare lettere di dimissioni in bianco contestualmente all'assunzione, prontamente utilizzate dal datore di lavoro nel caso in cui la lavoratrice resti incinta. La Direttiva prevede, inoltre, che al rientro dalla maternità si avrà diritto a tornare all'impiego precedente o equivalente mantenendo la stessa retribuzione e categoria professionale, nonché il diritto di chiedere il part-time.

CONGEDO DI PATERNITA'. La vera novità è il terzo obiettivo della 'Direttiva che riguarda il congedo obbligatorio' per i padri del nascituro. I padri dovranno usufruire di almeno due settimane di congedo pienamente retribuito e non cedibile alla madre, essoovvero dovrà essere preso durante le venti settimane del congedo della madre anche se l’unione non è formalizzata dal matrimonio. In Italia, in realtà, già dal 2000 esiste per il padre la possibilità – non c’è obbligatorietà – di prendere tre giorni di congedo alla nascita del figlio e successivamente un periodo al 30 per cento del salario anche durante il periodo di congedo obbligatorio della madre. Attualmente, però, solo un padre dipendente pubblico può usufruire del congedo a retribuzione piena e limitatamente al primo mese. Questa possibilità offerta dalla legge del 2000 è stata in realtà molto poco utilizzata dai padri per ragioni economiche: la riduzione al 30 per cento del salario è troppo grande e vi è preoccupazione su possibili ripercussioni sulla carriera.

In realtà, il fattore culturale ha giocato, e gioca, un ruolo importante. I padri che decidano di assentarsi per accudire al bambino insieme alla madre temono di essere oggetto di beffe e canzonature nell'ambiente di lavoro. La direttiva mira, allora, anche ad operare un necessario cambiamento culturale e Silvia Costa - europarlamentare che si è personalmente battuta per l'approvazione della Direttiva - sottolinea sul suo sito come "la disposizione abbia un significato simbolico e concreto: il coinvolgimento precoce e l'affiancamento del papà a tante mamme che spesso affrontano da sole, se prive di reti familiari, il rientro a casa con il bimbo, con depressioni ed ansie"". Si tratta, quindi, di un provvedimento che potrebbe rimuovere "una cultura radicata di ineguaglianza nella distribuzione del lavoro e delle responsabilità familiari, ma anche di ineguaglianze sul posto di lavoro".

La Direttiva è partita dall'idea di concepire strumenti per favorire la crescita dell'occupazione delle donne e della fecondità. Tuttavia, secondo il sito lavoce.info, nonostante in Italia le due disposizioni (venti mesi di congedo maternità e protezione dal licenziamento) siano in vigore da tempo, si continuano a registrare tassi di occupazione femminile bassi (45 per cento) e bassi tassi di fecondità (1,3-1,4 figli per donna). In Gran Bretagna e Francia, invece, dove queste due disposizioni non sono "altrettanto generose, i tassi di partecipazione al mercato del lavoro delle donne con figli superano il 60 per cento". Il fatto è che in questi paesi ciò che "funziona è il sistema di servizi per la conciliazione e quello della agevolazioni fiscali alle famiglie con figli in presenza di maggior opportunità di lavoro per le donne".

La Direttiva contiene comunque norme migliorative delle attuali protezioni in vigore in molti Stati Membri europei, e stabilisce anche di estenderle alle lavoratrici autonome, a quelle domestiche, nonché ai genitori che adottano bambini di età inferiore ai 12 mesi. Infine, congedi supplementari sono previsti, tra gli altri, per i parti plurimi, per quelli prematuri, per le nascite di bambini con handicap e per le madri disabili. Il provvedimento è all'esame del Consiglio Europeo, dove potrebbe trovare la forte opposizione di alcuni Paesi che ritengono la proposta troppo onerosa sul fronte del welfare.


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- Silvia Costa, europarlamentare

creddit: nannimagazine Silvia D'Ambrosi (26/11/2010)

7 gennaio 2011

INAUGURAZIONE SPAZIO DONNA CENTRO ASCOLTO Sede Commissione PARI OPPORTUNITA’

Con l’istituzione di questo Centro, si intende dare forma organica ai servizi sociali e culturali, creando una “struttura-servizio” sempre attiva e capace di “ascoltare” i problemi e captare le esigenze di determinate fasce della popolazione, in particolare di quelle “disagiate”. Il Centro Ascolto, sede anche della Commissione Comunale per le Pari Opportunità, offrirà Colloqui di orientamento e sostegno (orientamento e sostegno psicologico ed educativo a ragazzi ed adulti), Accompagnamento educativo, Consigli (sulle difficoltà che si incontrano a scuola, nelle relazioni in famiglia, nell’uso di sostanze, nella sessualità), Informazioni (sui servizi e realtà pubbliche e private del quartiere), Orientamento (scolastico e lavorativo in rete con altre realtà territoriali) a titolo completamente gratuito. La pratica dell’ “ascolto” costituisce il primo momento di incontro tra cittadini e pubblica amministrazione, affinchè i servizi che quest’ultima è chiamata ad erogare siano sempre più pertinenti, efficienti e funzionali.
Contatta la commissione: "QUI" 


credits: Ing. Vincenzo Amato

25 novembre 2010

25 Novembre: Giornata Internazionale contro la violenza sulle le donne.

Nel mondo:
  • 135 milioni - le donne e le bambine che hanno subito mutilazioni genitali
  • 2 milioni - le bambine che ogni anno subiscono mutilazioni genitali
  • 91 - le donne che ogni anno in Francia muoiono assassinate dal proprio marito o compagno
  • 80 - l’80% dei rifugiati e sfollati presenti nel mondo è rappresentato da donne sole o con i propri figli, che sono soggette ad ogni genere di mol
    estia dai combattenti sia durante il percorso verso il campo profughi, sia nel campo stesso
  • 1- Il femminicidio è la prima causa di morte delle donne in Europa e nel Mondo
In Italia:
  • 1 su 3 - una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, in Italia è stata vittima della violenza di un uomo
  • 29 - 29 le donne uccise in Italia dal partner o dall’ex-partner tra ottobre e novembre 2010
  • 46% - la percentuale delle donne che in Italia si rivolgono ai servizi e ai centri antiviolenza in Italia
  • 96% - la percentuale delle donne che in Italia subiscono violenza senza denunciare i fatti per paura di ritorsioni
  • 91 - 91% la percentuale degli stupri non denunciati in Italia
  • 8 su 10 - in Italia 8 su 10 donne malmenate, ustionate o minacciate con armi hanno subito le aggressioni tra le mura domestiche
  • 70% - il numero dei casi in cui a ottenere con la forza rapporti sessuali è il partner stesso e in questi casi il reato è reiterato
  • 24,8% - le violenze fatte da sconosciuti
  • 75,2%- i casi di violenza in Italia in cui l'aggressore è un famigliare o un conoscente
  • 1 milione e 400 mila - le donne che in Italia hanno subito uno stupro prima dei 16 anni
  • 6.743.000 - le donne vittime di violenza fisica o sessuale in Italia (1 su 3 circa)
  • 1 milione e 100 mila - le donne in Italia vittime di stalking, cioè di atti persecutori
  • 1522 - il numero verde per chi è testimone o soggetto di violenza
  • medio-alti - i titoli di studio della maggior parte delle donne maltrattate
  • medio - il reddito della maggior parte degli aggressori di donne che hanno subito violenza
  • 7,4% - le donne italiane che a pari livello guadagno il 17,4% in meno dei maschi
  • dal 10% al 24% - l'incremento medio del tasso di profitto tasso di aziende o società con un amministratore donna o una maggioranza di donne in consiglio di amministrazione
  • 98% - il numero delle donne a cui piace lavorare
  • 70% - il numero delle donne che dichiarano di faticare a conciliare famiglia e lavoro
In Lombardia:
  • 34,8% - la percentuale di donne che in Lombardia tra i 16 e i 70 anni è stata vittima di almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita
  • 3072 - le donne maltrattate prese in carico dai centri antiviolenza lombardi nel 2009
  • 2266 - le donne italiane maltrattate prese in carico dai centri antiviolenza lombardi nel 2009
  • 813 - le donne straniere prese in carico dai centri antiviolenza lombardi nel 2009
  • 93% - i casi di violenza che in Lombardia non sono state denunciati per paura di ritorsioni e senso di umiliazione
  • 70% - la percentuale di medici obiettori in Lombardia
A Milano:
  • il 63,9% delle donne separate o divorziate ha subito violenze
  • il 68,3% delle violenze avviene in casa
  • l’autore del maltrattamento è il marito nel 75,1% dei casi
  • nell’84,7% dei casi la nazionalità del molestatore è italiana
  • il 47,7% dei molestatori ha un reddito medio, il 22,9% alto, il 17,3% basso
  • il 77% delle violenze riportate sono fisiche, il 67% psicologiche
  • il 21% delle donne dichiara di subire anche violenza economica
  • il 60% delle donne che si rivolgono alle associazioni per la tutela delle donne maltrattate sono italiane
Fonti: Indagine Istat "Sicurezza delle donne", 2006; Ricerca "La violenza sulle donne" svolta dall'Istituto Regionale di Ricerca della Lombardia - Consiglio Regionale della Lombardia, Marzo 2009



credits: (Un grazie speciale a Caterina Santachiara)